Il talento è l’opera di Dio da compiere

Il commento al Vangelo della domenica a cura di don Tonino Sgrò.

Sarà capitato a tutti durante l’infanzia di ricevere da una persona adulta e stimata un compito che mai prima ti era stato assegnato, che ti fa sentire più grande perché fino a quel momento non credevi che lei potesse pensare proprio a te per un simile incarico.

Ricordo quando il parroco mi chiese per la prima volta di leggere durante la Messa: mi sembrava come se Dio stesso mi avesse chiamato ad una missione unica e impegnativa…in effetti la percezione del bambino non era del tutto surreale, poiché la proclamazione della Parola ha il potere di convertire i cuori che l’accolgono con amore e umiltà. Ciò che rende la consegna dell’uomo della parabola ancor più solenne è che egli affida ai servi «i suoi beni». Non dà loro cose cui tiene poco, ma cose che rappresentano un prolungamento della sua persona, in quanto ciò che ci appartiene ci definisce, pur non esaurendo tutta la nostra verità.
Un talento valeva circa 36 chilogrammi d’oro, il salario di vent’anni di lavoro, una cifra incommensurabile che evoca la pienezza dei doni di Dio che siamo chiamati a valorizzare. Tra questi anzitutto il vangelo, i sacramenti, i frutti dello Spirito con le virtù, che costituiscono l’equipaggiamento del cristiano nel cammino della vita. Attenzione: tale ricchezza non è un privilegio di cui vantarsi o godere solo per sé, bensì un patrimonio da far fruttare per l’edificazione di tutta la comunità. Chi ha ricevuto un solo talento potrebbe sentirsi defraudato rispetto a chi ne ha avuti cinque, ma una reazione di questo tipo dimostra l’assoluta incapacità di riconoscere il valore del bene elargito gratuitamente da Dio. È la tentazione in cui cade Caino, che non vede le cose secondo la prospettiva del Signore ma solo a partire dalla sua invidia generatrice di tristezza e rabbia; egli non comprende che l’elezione di Abele non è un privilegio di cui il fratello è stato insignito, bensì un compito di mediazione perché Abele diventi principio di benedizione anche per lui.
I talenti distribuiti alla Chiesa sono proprio il segno della benedizione del Padre, che ci tratta da figli, non semplicemente da servi, donandoci la libertà di investire l’enorme capitale assegnato. La totale creatività di cui ciascuno dispone nei confronti dei carismi ricevuti rappresenta anche un rischio per Dio, che conosce bene il cuore degli uomini e sa che taluni non corrisponderanno al dono loro affidato. Vi è dunque un atteggiamento opposto tra i primi due servi della parabola e il terzo: i primi ‘impiegano’ e ‘guadagnano’; il terzo ‘fa una buca’ e ‘nasconde’. Il verbo che descrive l’opera dei servi diligenti è composto della stessa radice che troviamo nei vangeli per alludere all’opera di salvezza che Gesù compie su mandato del Padre. È questo il modello che il fedele ha dinanzi a sé nel rispondere alla vocazione ricevuta, sapendo che la sua missione, per quanto imperfetta, discende dalla missione stessa di Cristo. Tale considerazione ha delle conseguenze formidabili per noi: lavorare per il regno di Dio ci fa compiere le stesse opere del Figlio, ci dà la gioia di sperimentare che niente della nostra vita è sprecato, neanche le giornate più buie e inconcludenti, se in noi vi è l’intenzione di agire nel nome e con Gesù. Fare una buca e nascondere è come il gioco dei bambini che sulla spiaggia, oltre a fare i castelli, amano scavare delle buche; certe volte questo gioco lo vediamo fare agli adulti, che poi vengono ricoperti di sabbia da qualcun altro: è quanto accade al terzo servo e a tutti coloro che decidono di non valorizzare il dono di Dio. Si tratta, in altre parole, di lasciare che la pigrizia, l’incuria o la paura di sbagliare ti ricacciano nell’immobilismo, col risultato che il peso dell’inerzia ti faccia sprofondare e la vita sia uno strato di sabbia che ricopre di indifferenza e rassegnazione le tue membra, un tempo agili, e il tuo volto, una volta capace di catturare altri sguardi e comunicare tanta vivacità. Lo scenario è abbastanza tragico, come pure la punizione del padrone, perché la posta in gioco è altissima: si tratta di scegliere se inserirsi nella vita di grazia che attraversa il mondo o rimanere estranei all’opera di salvezza.
Il padrone non toglie il talento per riprenderselo, come il servo malvagio immaginava, ma lo toglie per darlo a chi ne ha già dieci. Dio non dona per finta, dona per sempre, e ci chiede di far fruttificare i suoi doni perché anche gli altri ne usufruiscano…e più li usiamo, più si moltiplicano. Se faremo questo saremo nella gioia perché avremo compiuto le stesse opere di Cristo.

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