Non permettere che il fratello si perda nel risentimento

Il commento al Vangelo della domenica a cura di don Tonino Sgrò.

Tutti abbiamo sperimentato incomprensioni o fratture con persone a noi particolarmente vicine: se da un lato questa esperienza è inevitabile a causa dell’umana fragilità, dall’altro non ci abitueremo mai abbastanza alla sofferenza che ne deriva. Essa ha una duplice connotazione, soggettiva e oggettiva: non ci piace stare in tensione con coloro a cui vogliamo bene, ciò altera l’equilibrio personale e non ci fa gustare le altre cose che dobbiamo fare finché non abbiamo risolto il conflitto; inoltre, tutto un ambiente familiare o sociale risente di tale contrasto, si rompe l’armonia del gruppo, si ha la sensazione che i ‘tempi belli’ siano irrimediabilmente finiti.

Dobbiamo stare molto attenti prima di decidere di rompere definitivamente con una persona, poiché questa scelta non riguarda solo noi, ma può coinvolgere un’intera comunità, e non bisogna rendersi responsabili della ‘decreazione’ di un’opera benedetta da Dio. Sì, perché la comunione è una delle più belle creazioni del Padre, il quale desidera che i suoi figli vivano in pace, essendo la Trinità stessa comunione d’amore. Quindi la concordia è costitutiva dell’esistenza cristiana, tanto che ogni iniziativa deve essere concepita e realizzata in essa e deve tendere ad accrescere l’unione della compagine ecclesiale.
Matteo dedica il cap. 18 a questo argomento e i versetti odierni trattano il caso di una ferita inferta alla fraternità a causa di una «colpa contro di te». Spesso molti preferiscono far passare in silenzio il male subito, non accusare chi lo ha commesso, né tanto meno vendicarsi, e ciò può rivelare l’animo virtuoso di chi riesce a portare il peso del male altrui per amore, accettando gravi mortificazioni. Tuttavia non tutto può essere accettato passivamente, ci sono delle offese che vanno denunciate perché creerebbero in seno alla comunità una mentalità di tolleranza indiscriminata del male, dando l’impressione che tutto è uguale. Saremmo così in presenza di comunità insensibili al male, incapaci di riconoscere e promuovere il vero bene. È a questa tipologia di offese che si riferisce Gesù, indicando i passi precisi della cosiddetta ‘correzione fraterna’.
È necessario anzitutto avere il coraggio di un contatto personale con chi ci ha fatto del male, pur correndo il rischio di un suo rifiuto, ma non è possibile lasciarlo perseverare nell’inganno e permettergli di commettere altro male ai danni del prossimo. Il frutto di tale atteggiamento misericordioso è che «avrai guadagnato il tuo fratello», poiché non è ammissibile per noi perderlo, subire come l’amputazione di un arto, essendo tutti membra di un medesimo corpo.
«Se non ascolterà». Perché il fratello potrebbe non ascoltare le ragioni di una pacificazione evangelica, specialmente se abitato dallo stesso amore per Dio? Oggi è davvero difficile che anche tra battezzati la parola di Dio dirima i conflitti, troppo spesso si accampano ragioni di qualsiasi natura per soppiantare quelle del contendente, senza neanche porsi il dubbio di poter attingere alle profondità del ‘pensiero’ di Cristo per trovare una soluzione. È necessario a questo punto un passo successivo, il coinvolgimento di persone autorevoli, che inducano ad una riflessione più profonda chi ancora mantiene il cuore chiuso e si ostina nell’errore, e al contempo fungano da ammonitori, facendo apparire l’oggettiva malizia del conflitto, per il fatto che esso assume anche una valenza pubblica. La dimensione pubblica si accentua con il ricorso alla comunità; «e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano». Ciò non significa che la persona è ‘scomunicata’, ma che occorre esercitare nei suoi riguardi lo stesso atteggiamento di misericordia usato da Gesù verso i peccatori pubblici, una tenerezza gratuita che non disprezza chi persevera nell’errore, ma sa attendere anche all’infinito che riprenda la via della vita.
Una comunità animata dal principio della eccedenza dell’amore è capace di ‘legare e sciogliere’, creare legami che resistono alla sfida del tempo e sciogliere nodi interiori; ciò dà alla Chiesa una connotazione escatologica, ossia le attribuisce fin da quaggiù quei tratti di definitività e santità di cui essa sarà rivestita in cielo. Rivestiamo pertanto l’abito della concordia per essere immagine nitida della Trinità e, vedendoci in comunione, il Padre non ‘resisterà’ ad alcuna nostra richiesta. Come un genitore terreno, che non resiste ai fratelli che si vogliono bene, e concede loro ogni cosa, perché essi hanno già fatto tutto ciò che egli desiderava da loro.

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